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Brande de' Lucioni

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BRANDE de' LUCIONI, un eroe padano e antigiacobino


LUCIONI, Branda (Brandaluccioni, Brandalucioni) de. - Nacque intorno al 1740, a Milano o a Winterberg (Vimperk) in Boemia, secondogenito di Giuseppe, tenente, e di Francesca Uslenghi, anch'essa figlia di un tenente.

Due sono le fonti note sulla sua nascita. In un foglio matricolare del reggimento d'ussari Wurmser, presso cui fu ufficiale, datato 24 ag. 1791, il L. è detto "gebürtig von Mayland, aus Lombardie" e "51 1/12 jahre alt" (Albera - Sanguineti, p. 40). Ciò porrebbe, quindi, la sua nascita a Milano, nel luglio 1740. Nell'atto di matrimonio del figlio Giovanni Battista, in data 28 luglio 1829, il L. risulta nato in data imprecisata a "Wittemberg, in Boemia", cioè Winterberg o Winperk, nella Boemia meridionale (Consonni, p. 247). Comunque, in quasi tutti i documenti il L. è definito o si definì "milanese".

I genitori, che si erano sposati a Milano l'11 febbr. 1734 in S. Protaso, mentre la città era occupata dai Franco-Piemontesi, erano originari del Varesotto: il padre di Abbiate Guazzone; la madre di Castiglione Olona; da ciò il nome del L., Branda, diffuso nella zona in ricordo del cardinale Branda Castiglioni (1350-1443). Il padre morì entro l'aprile del 1752; l'educazione del L. fu seguita con ogni probabilità dallo zio Pietro Lucioni, parroco a Limido Comasco, che si occupò anche del fratello maggiore, Francesco Maria Clemente (era nato nel 1737), divenuto poi sacerdote. Diciassettenne, il L. si arruolò e iniziò la carriera militare partecipando alla guerra dei Sette anni. Nel 1770 era Leutnant in un reggimento di cavalleria leggera; fu promosso Ober-leutnant nel 1773. Nello stesso 1773, il 22 maggio, sposò a Gallarate Maria Teresa Landriani (nata nel 1753), figlia del conte Pietro Paolo, del ramo di Trezzo d'Adda.

Il matrimonio lo legò a una delle più antiche famiglie della nobiltà lombarda, ben inserita nelle strutture di governo milanese. Divenne parente, fra gli altri, del conte Marsilio Landriani, noto scienziato, dal 1782 presidente della Società patriottica per l'avanzamento dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture. Tuttavia gli anni successivi non furono lieti. I tentativi di controllare l'eredità familiare lo portarono a liti con gli zii Giovan Battista e Antonio; nel 1774 fu imprigionato nel Castello di Milano in seguito a uno scontro con quest'ultimo. Liberato, cercò di entrare in possesso di una casa ad Abbiate Guazzone, ma la moglie di Giovan Battista ricorse alle autorità, sostenendo che era proprietà della parrocchia. Fra il 1774 e il 1776, poi, gli morirono i primi tre figli.

Queste disgrazie e insuccessi furono la probabile origine del rientro nell'esercito, che aveva lasciato poco dopo il matrimonio (documenti del 1775 lo dicono "giubilato tenente"). Nel 1779 il L. prese servizio nel reggimento degli ussari imperiali Wurmser, del colonnello conte D.S. von Wurmser. Era l'unico ufficiale italiano nel reggimento: dopo la guerra dei Sette anni, infatti, la presenza italiana nell'esercito imperiale si era molto ridotta, come mostra anche la quasi totale soppressione dei reggimenti lombardi; le pagine di P. Verri e G. Gorani sulle loro esperienze in quella guerra mostrano che la scelta militare contrastava con il clima dominante nella società lombarda.

Per un quindicennio visse secondo i ritmi del reggimento, di stanza nel Centronord dell'Impero, dove aveva combattuto da giovane. Anche la moglie lo aveva seguito (nel 1786, a Winterberg, gli nacque un quarto figlio, Giovan Battista). Il 1( nov. 1783 fu promosso zweiter Rittermeister (capitano in seconda) e ottenne il comando di uno squadrone. Il 16 genn. 1789 fu promosso Rittermeister (primo capitano), passando al comando di un nuovo squadrone. Il L. era allora in Galizia, a Tuchow, dove nacque il quinto figlio, Francesco (1789-1855). Nel 1790 il reggimento fu impegnato contro gli insorti belgi e nel 1792, allo scoppio della guerra contro la Francia rivoluzionaria, fu inviato sul Reno e nei Paesi Bassi. Nel giugno 1793, tuttavia, il L. fu pensionato con il grado di capitano e fece ritorno a Milano.

Lavorò per alcuni mesi a un progetto "per rendere invulnerabili le armate austriache". Nel luglio 1794 ne chiese il permesso di stampa all'abate A. Longo, l'antico collaboratore del Caffè divenuto regio censore per le stampe; di fronte alla sua veemenza il Longo, temendo che scendesse a vie di fatto, concesse un parere favorevole, ma appena il L. lasciò il suo ufficio scrisse una lettera per sconfessarlo, affermando di aver dato il suo consenso solo per paura.

La vita del L. dal luglio 1794 all'inizio del 1798 resta per ora ignota; unico dato certo è che rientrò nell'esercito come maggiore, non è chiaro se nel reggimento Wurmser o in un altro. Gli avvenimenti del 1798-1801, però, accreditano la prima ipotesi; i libri del Wurmser tacciono sulla circostanza, ma tale silenzio sarebbe congruo all'assegnazione al L. di incarichi oltre le linee nemiche.

Secondo una relazione inviata a Parigi da C. Botta il 5 giugno 1799 (edita in C. Sforza, L'amministrazione generale del Piemonte e Carlo Botta, in Memorie della R. Acc. delle scienze di Torino, s. 2, LIX [1909], p. 281), il L. fu uno dei capi dell'insurrezione di Pavia del maggio 1796 e, fatto prigioniero dai Francesi, fu liberato per un atto di pietà. Questo però non trova conferme nelle principali fonti sulla rivolta, pur molto dettagliate. Inoltre, di rado i dati di Botta sul L. sono attendibili; quando è possibile sottoporli al vaglio delle fonti, risultano spesso erronei: dato che nel 1799 egli fu tra i capi del governo filofrancese che il L. combatté, il suo giudizio storico si confonde spesso con quello politico.

Il biennio 1798-99 fu certamente quello di maggior rilievo nella carriera militare del L. e a esso egli deve un ruolo storico. All'inizio del 1798 era a Rovigo, dove era di stanza il Wurmser. Profittando dell'armistizio tra Francia e Impero, nel febbraio 1798 fece un breve ritorno in Lombardia: il 14 era a Milano, da dove si portò ad Abbiate Guazzone. Tornò poi in Veneto, dove si trovava quando nel marzo 1799 la guerra riprese. Il 14 apr. 1799 era a Verona quando vi giunse il feldmaresciallo A. Suvorov, comandante dell'esercito austro-russo nell'Italia settentrionale.

Il 5 genn. 1800, in una memoria al conte L. Cocastelli, plenipotenziario austriaco in Lombardia, narrò di avere trascorso "quattro ore e più in chiesa" facendo un voto non precisato se Dio gli avesse concesso di "mantenere la [(] parola data alli Milanesi" di andare "con Sowarof a Milano con la [(] sciabola alla mano a far atterrare quell'albero infame".

A parte il tono pittoresco (in linea con il carattere un po' guascone del personaggio), l'episodio lascia intravedere altri viaggi del L. a Milano dopo quello del febbraio 1798 (almeno uno tra febbraio e marzo 1799, dopo la nomina di Suvorov a capo dell'esercito austro-russo). La mattina del 28 apr. 1799, alla testa di un drappello di ussari (probabilmente distaccati dal Wurmser, stanziato in un'altra area del fronte), il L. entrava in una Milano non ancora del tutto abbandonata dai Francesi, inviato dal Suvorov quale avanguardia dell'esercito appostato poco fuori città. Chiese alla Municipalità e all'arcivescovo, F. Visconti, di inviare una delegazione al quartier generale austro-russo. Quando la mattina seguente le truppe entrarono in città egli l'aveva già lasciata, dopo avere abbattuto l'albero della libertà e altri simboli rivoluzionari: uno schema che da allora avrebbe ripetuto più volte. Il 29 aprile il L. varcò il Ticino e penetrò in territorio sabaudo verso Novara, dove il 3 maggio emanò un proclama in cui si definiva "maggiore dell'armata imperiale austriaca e comandante dell'ordinata Massa Cristiana". Con i suoi ussari operava all'avanguardia dell'esercito austro-russo, agendo di stretta intesa con Suvorov, che in un proclama del 4 maggio invitò apertamente le popolazioni "a prendere l'armi contro i francesi repubblicani ed a recarsi a militare sotto il comando del maggiore Branda Luccioni, comandante la Massa Cristiana" (Storia della vita e dei fasti di s.a. il conte Alessandro Suwarov Rymniski( coll'aggiunta delle campagne d'Italia e Piemonte, Milano 1799, p. 42).

Facendo leva sull'ostilità agli occupanti di gran parte della popolazione, il L. raccolse in breve alcune migliaia di seguaci (soprattutto, ma non solo, contadini). Come ufficiali sceglieva per lo più nobili che avevano militato nell'esercito sabaudo e che, appartenendo all'aristocrazia locale, avevano la fedeltà dei contadini arruolati: fra loro il fossanese G.A. Bava (avo del più celebre F. Bava Beccaris), il saviglianese M. De Rossi di Santa Rosa (già aiutante di campo di Vittorio Amedeo III e padre di Santorre), il casalese F. Radicati di Primeglio e il cuneese C.O. Arnaud di San Salvatore (poi generale di Napoleone e di Carlo X). Diversi erano i religiosi, scelti soprattutto per la capacità di garantire la fedeltà degli armati e di animarli alla lotta. Il reclutamento nel territorio che stava liberando dagli occupanti permetteva al L. di disporre di uomini motivati, che congedava appena raggiunto l'obiettivo. La "massa cristiana" non fu quindi una struttura stabile, ma un insieme cronologicamente successivo di milizie locali, create e sciolte all'arrivo e alla partenza del Lucioni. Tale caratteristica rende difficile distinguere la "massa cristiana" propriamente detta sia da gruppi che rifiutavano di deporre le armi al momento dello scioglimento, continuando ad agire in proprio, sia anche da bande di briganti che la fiancheggiarono, ma che con essa non vanno confuse, e da gruppi armati indipendenti. Tanto più che la propaganda filofrancese usò l'appellativo "branda" per indicare tutti gli oppositori armati. Allo stesso L., poi, fu riferita una lunga serie di episodi, spesso non provati (alcuni dei quali almeno riguardavano capi della "massa"), designati genericamente come "il Branda". Il riferimento alla fede minacciata era un potente collante per popolazioni che, in maggioranza, non avevano né compreso né condiviso la politica francese; inoltre, aveva il vantaggio di porre in secondo piano la fedeltà al re. Va osservato, infatti, che il L. agiva come ufficiale imperiale e che il governo di F.M. Thugut non era affatto incline a restituire lo Stato a Carlo Emanuele IV (nel caso, lo avrebbe fatto solo dopo avere riannesso le parti della Lombardia conquistate nella prima metà del Settecento da Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III). Indicativa, in questo senso, la differenza tra i proclami che il L. stampò a Novara il 3 maggio e a Vercelli il 5. Nel primo non fece cenno alla restituzione dello Stato a Carlo Emanuele IV ("Sua Maestà Imperiale e Regia viene [(] a rimettere il buon ordine e la tranquillità ed a represtinare nel suo vigore la Religione", nonché "a riacquistare questi stati"). Nel secondo dichiarò, invece, che l'armata austro-russa entrava "in tutto lo Stato del Re di Sardegna per render quello che si aspetta alla sagrosanta Chiesa cristiana ed al suo legittimo sovrano": questo testo fu poi utilizzato, con minime varianti, in tutti i centri ove presero stanza il L. e i suoi ussari.

Mentre l'esercito austro-russo entrava a Vercelli, il L. si era già trasferito a Ivrea, concentrando la sua attività nel Canavese. Posto il quartiere generale a Chivasso, mosse la "massa cristiana" contro Torino, agendo in sintonia con Suvorov, che stava invece muovendo verso Alessandria e Tortona per chiudere la ritirata ai Francesi di J.-V. de Moreau. Il L. riuscì a bloccare a Torino le truppe del generale P. Fiorella fino all'arrivo di Suvorov (24-25 maggio 1799). Puntualmente, domenica 26 maggio, a Pecetto, piccolo centro fuori Torino, sciolse la "massa cristiana". Raccolti nuovi uomini, il 28 maggio partiva per Carmagnola (dove quel giorno stampò il consueto proclama) e da lì seguitò ad agire nel Piemonte sudoccidentale almeno sino a metà giugno, per tagliare la strada ai Francesi in ritirata.

Non è esatto, quindi, come scritto da Botta e più volte ripetuto, che a Pecetto la "massa" si sciogliesse definitivamente; più attendibile appare, invece, P. Custodi che nel suo diario scrisse che quella ricostituita dopo Pecetto fu sciolta dal L. il 16 giugno. Infondata appare anche la tesi del Botta (ripresa da N. Bianchi e D. Carutti), secondo la quale le autorità austro-russe, preoccupate dell'attività del L., lo avrebbero arrestato e detenuto per tre mesi. Conclusa l'esperienza della "massa cristiana", infatti, egli riprese il suo posto nell'armata, come prova anche un manifesto che Suvorov emanò da Alessandria l'11 luglio 1799 a difesa dell'operato del conte Arnaud, divenuto nel frattempo suo aiutante di campo, accusato di aver dato "ordini e composti scritti senza la saputa ed il consenso del signor maggiore imperiale Branda de' Lucioni". Suvorov negò che ciò fosse vero e non solo difese Arnaud, "essendo esso e gli suoi seguaci degni d'ogni lode e distinzione", ma si assunse la responsabilità di quanto operato dalla "massa cristiana" nei mesi precedenti.

All'inizio di settembre il L. seguì Suvorov in Svizzera, per contrastare l'esercito di A. Massena e favorire la liberazione della Repubblica. Stando a una lettera scritta dopo il ritorno a Milano, con i suoi ussari funse ancora da avanguardia e partecipò a tutte le fasi della guerra, fra cui le battaglie di Chänis e Nafels (25 settembre e 1(-2 ottobre 1799). In novembre l'alleanza austro-russa si interruppe, e così il rapporto fra il L. e Suvorov. Il 5 genn. 1800, in una supplica al conte L. Cocastelli plenipotenziario imperiale per la Lombardia, il L., affermando di scrivere su preghiera di Suvorov, rivendicò i meriti della "massa cristiana" e chiese di ripetere l'esperienza, dandole un più forte significato politico con il porla sotto il supremo comando dell'imperatore e del pontefice. Non si hanno notizie della sua attività nei mesi successivi. Da una lettera scritta dalla moglie il 12 genn. 1801 risulta che era passato dalla Lombardia nel Veneto fra maggio e giugno del 1800, subito dopo Marengo. Nella primavera del 1801 era a Verona, da dove fece almeno brevemente ritorno a Milano in giugno.

A Verona il L. fu in contatto con Maddalena Gabriella Canossa, la nobildonna veneta che in quegli stessi mesi era impegnata nelle attività che, sette anni dopo, sarebbero sfociate nella fondazione dell'Ordine delle canossiane. La Canossa lo incaricò, tra l'altro, di portare a Milano una sua lettera del 16 giugno alla contessa Carolina Trotti Durini, governatrice dell'Ospedale di Milano ed esponente di rilievo dell'"Amicizia cattolica".

Tornato in Veneto e lasciato il servizio militare attivo, nel marzo 1802 il L. era a Vicenza. Vi morì il 22 ag. 1803, come risulta dal Militäralmanach del 1804 (p. 368), che lo definì "pens. Major".

Lasciava la moglie e i figli Giovan Battista e Francesco, che nel 1801 erano studenti nel seminario del Castello di Lecco. Il primo divenne maestro ed ebbe un'ampia discendenza. Francesco, sacerdote dal 1810, nel 1831 divenne parroco di Pessano, in Brianza, dove si trasferì insieme alla madre, che vi morì il 29 maggio dello stesso 1831. A Pessano restò per diciotto anni, sino al novembre 1849, quando si trasferì a Milano come assistente nella Pia Casa ecclesiastica dei Ss. Ambrogio e Carlo per sacerdoti poveri, dove morì il 13 luglio 1855.

La figura del L. rimane di difficile ricostruzione a causa dell'immagine di lui creata fin dalla sua azione in Piemonte e passata, soprattutto tramite Botta, a molta storiografia e letteratura. Il suo irrompere sulla scena fu segnato, infatti, dalla pubblicazione di numerosi poemi e libelli contro di lui. È il caso, per esempio, della canzonetta Consiglio ai Branda Lucioni ("Branda Lucioni infame, che ti predice il cuore?"); più cauto e meno politicamente schierato, invece, il sonetto Sento il Branda che dice il Re ritorna (entrambi in Torino, Arch. storico della città, Collezione Simeom, nn. 8210 e 10545). La pubblicistica avversaria attuò una denigrazione sistematica. Il Diario torinese, dal 12 al 25 maggio 1799 (23 fiorile - 6 pratile anno VII), quasi a esorcizzare (senza successo) l'assedio che stava ponendo alla città, lo chiamava "illustrissimo", "celebre illustrissimo", "illustrissimo signor maggiore", autore di proclami "curiosi". I Francesi lo presentarono sistematicamente come un millantatore, privo di serietà e legittimità. Il generale Fiorella nei suoi proclami non gli riconobbe il grado di maggiore e gli negò il ruolo militare.Tale linea riprese in grande stile quando i Francesi, dopo Marengo, rioccuparono il Piemonte.

Un documento interessante è la commedia Il feudatario punito coll'intervento dell'illustrissimo signor maggiore B. L., scritta dal "cittadino" Fortunato Radicati (il cavalier F. Radicati di Robella), distintosi come ardente collaboratore durante la prima occupazione francese, rappresentata al teatro Ughetti di Torino il 26 luglio 1800 / 7 termidoro VIII. L'opera, ambientata nel Monferrato (ove, si tenga presente, i Radicati erano feudatari da secoli), narrava di una "villanella repubblicana", Cecchina, insidiata da un turpe feudatario, il marchese Castagna, appoggiato nel suo intento da un padre Pagnotta. Nel descrivere i personaggi il Radicati usò l'armamentario più dozzinale in suo possesso e i clichés usuali della letteratura pornografica del Settecento, soprattutto per padre Pagnotta, sorta di cugino piemontese di dom Bougre, con una serie di doppisensi osceni. Costui, scriveva Radicati nella presentazione, era la caricatura di un "frate zoccolante" fra i "satelliti più conosciuti della Massa sedicente Cristiana del celeberrimo Branda Lucioni". In scena, per appoggiare il Castagna nelle sue laide richieste, compariva il L. stesso, presentato come triviale, ipocritamente fanatico, falso bacchettone: un miles gloriosus sempre pronto alla crapula e alla violenza. Negli stessi mesi entrarono in uso il sostantivo "Brandalucioni", l'aggettivo "brandalucionico" (per esempio, nel numero del 30 ag. 1800 / 12 fruttidoro VIII di L'Amico della patria) e il verbo "brandeggiare". Il 14 ag. 1800 / 26 termile VIII appariva a Torino un ironico manifesto intitolato Preliminari di pace tra gli patrioti e li brandalucioni in cui si definiva "brandalucioni" un "nuovo vocabolo sottentrato nel nuovo stile a quello di aristocratici". Così il L. storico si trasformò in Brandalucioni, sorta di maschera da commedia dell'arte del controrivoluzionario, funzionale alla propaganda francese. Il "cittadino" G. Navone, nella commedia La fuga degli ecclesiastici prigionieri di Verrua, definì l'anno intercorso fra le due occupazioni francesi "tempi brandaluccioniani". La stessa immagine diede Botta nella Storia d'Italia ed essa passò, senza tanti problemi, alla storiografia risorgimentale (che, pur non amando troppo la Rivoluzione, vide nel L. soprattutto l'ufficiale austriaco). F. Pinelli (Storia militare del Piemonte( dalla pace di Aquisgrana ai dì nostri, Torino 1854, II, p. 145) lo definì "spregevole mistura di ogni più brutta fogna"; con parole meno forti, ma simili si espressero N. Bianchi (Storia della monarchia piemontese dal 1773 al 1861, Torino 1889, III, pp. 225 ss.) e D. Carutti (Storia della corte di Savoia durante la Rivoluzione francese e l'Impero, Torino-Roma 1892, II, pp. 47 ss.), che definì il L. un "ladrone furbo e dozzinale", passato in Piemonte "come un uragano di fango e di sangue". La stessa immagine apparve nella letteratura piemontese. R. Sacchetti, nel racconto Il forno della marchesa apparso sulla Gazzetta piemontese del 1878, descrisse il L. come "un malfattore [(], falso profeta e ciurmadore vero"; nel 1884 G. Faldella, in Una serenata ai morti e nel più tardo Donna Folgore ne fece il capo di una "banda zingaresca". In linea con loro fu E. Calandra ne La bufera (1899), e poi gran parte della storiografia piemontese del Novecento, disattenta a dati e suggerimenti forniti sin dal 1937 da C.A. Vianello. Solo di recente si è iniziato ad avvertire la necessità di sfuggire alla vera e propria leggenda nera del L. e di affrontarne la figura con un approccio più attento alle fonti e alla loro analisi.






Fonti e Bibl.: C. Botta, Storia d'Italia dal 1789 al 1814, Parigi 1824, III, pp. 252-257; E. Gachot, Souvarow en Italie, Paris 1903, pp. 169 ss.; C.A. Vianello, Una figura leggendaria della reazione del 1799: il Brandaluccione, in Arch. stor. lombardo, n.s., II (1937), 1-2, pp. 220-229; G. Vaccarino, Torino attende Suvarov (aprile-maggio 1799), Torino 1971, pp. 32-37, 99, 107 s., 111-114, 117 s., 121 s., 125 s., 137, 141 s., 152-155, 166; M. Ruggiero, La storia dei briganti piemontesi (1796-1814), Torino 1983, pp. 70-76, 89-93; C. Cordié, I "brandalucioni", in Studi piemontesi, XII (1983), 1, pp. 61-69; G. Gasca-Queirazza, Voci di consenso e di plauso, di polemica, di irrisione e di satira (1798-1804), in Ville de Turin. 1798-1814, a cura di G. Bracco, Torino 1990, pp. 151 s.; P. Trivero, Il teatro a Torino in età rivoluzionaria, in Dal trono all'albero della libertà. Trasformazioni e continuità istituzionali nei territori del Regno di Sardegna dall'antico regime all'età rivoluzionaria, Roma 1991, I, pp. 499-514; L. Consonni, Gli atti di matrimonio dal 1800 al 1899, in Varena seu Insula Nova. Miscellanea varennese, Mandello del Lario 1992, p. 247; G. Buratti, Due figure leggendarie delle insorgenze piemontesi: Contin e Brandaluccione, in Studi piemontesi, XXI (1992), 2, pp. 369-381; Id., Due manifesti da Biella del Brandaluccioni ed una composizione poetica in onore della guardia nazionale biellese vittoriosa della "Vendée valdostana", in Studi e ricerche sul Biellese, VII (1995), pp. 45-59; M. Ruggiero, L'anno del fuoco. 1799. I Cosacchi e la Massa Cristiana in Piemonte, Pinerolo 1999; M. Albera - O. Sanguineti, Il maggiore B. de' L. e la Massa Cristiana, Torino 1999; G. Buratti, Le insorgenze nel Biellese, Vercellese e Novarese nel triennio 1797-1799, in L'insorgenza di Strevi del 1799 nel quadro dei moti antifrancesi tra Sette e Ottocento in Piemonte, a cura di G.L. Bovio Rapetti della Torre, Acqui 2000, pp. 283-298; L. Guerci, Maggio 1799: il "Diario torinese" e la fine del periodo repubblicano in Piemonte, in Dal mondo antico all'Età contemporanea. Studi in onore di Manlio Brigaglia offerti dal Dipartimento di storia dell'Università di Sassari, Roma 2001, pp. 485-511; O. Sanguineti, Un italiano contro Napoleone: il maggiore B. de' L. nel secondo centenario della morte, in Annali italiani, II (2003), 3, pp. 163-178. A. Merlotti
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